lunedì 29 luglio 2013

Big Fish



***"partire è un po' morire...ma morire, non è partire un po' troppo?" (cit. ... non ricordo di chi, potrebbe essere C. Guzzanti ma, a quest'ora, non ci metterei la mano sul fuoco)***

I miei stanno traslocando.

Più precisamente, stanno facendo ri-dipingere casa, il che comporta - di fatto - un trasloco bello e buono. 

Impacchetta, sposta mobili, inscatola cianfrusaglie, ecc. ecc.

Così - come ogni trasloco che si rispetti - da un lato, sparisce nel nulla una mole impressionante di roba (della cui sparizione NON è possibile chiedere conto a nessuno, pena crisi famigliare drammatica e insolvibile). Dall'altra parte, riemergono oggetti che si davano per scomparsi da anni: persi nel buco nero di un precedente trasloco.

Foto ingiallite, vestiti da neonato e ... lettere. 

Si perchè sebbene si viva da pochissimo nell'era di internet, tendiamo a dimenticarci che fino a solo un decennio fa la romantica, obsoleta comunicazione epistolare costituiva una regola. Era l'unico modo di comunicazione valido e alternativo al telefono. Dove per "telefono", per chi avesse vissuto un'infanzia e un'adolescenza nel sud Italia, deve intendersi necessariamente un unico modello (grigio, della telecom o prima ancora della SIP), messo a disposizione di TUTTA la famiglia.

Il che comportava estenuanti discussioni sul chi avesse diritto a stare al telefono e per quanto tempo.

Non era esattamente il trionfo della privacy (così caro ai nostri tempi). Così lo scambio epistolare era tutt'altro che inusuale.

In ogni caso, fra i pacchi di lettere emersi dal passato, una menzione d'onore ho deciso che spetta al carteggio intrattenuto fra mio padre poco più che ragazzino e una giovane donna inglese, all'inizio degli anni '70.

Ma andiamo con ordine.

Da quando ho memoria, mio padre aveva l'abitudine di raccontarci di un suo viaggio di gioventù in Inghilterra, come si trattasse di un'avventura fra il Gordon Pym, I Pirati dei Caraibi e Vacanze di Natale 1, 2 e 3. Naturalmente, come ogni storia trasformata in leggenda, il suddetto viaggio si arricchiva ad ogni racconto di nuovi e rocamboleschi dettagli. 

Così ci raccontava di quando si era perso - nottetempo - nei tetri e pericolosi vicoli del quartiere 'malfamato' di Londra...un dedalo di strade deserte e avvolte nella nebbia da cui era miracolosamente riemerso vivo all'alba. Nei suoi racconti parevano le vie ottocentesche di whitechapel in cui si aggirava, sanguinario, Jack lo Squartatore. 

Invece, gira e rigira, il pericolosissimo quartiere era il centralissimo Soho che - per quanto possa accettare l'idea fosse più degradato (e meno trash) dell'attuale - anche negli anni '70 era comunque confinante con Piccadilly Circus e Regent Street...mi riesce difficile pensare ci si potesse incontrare Jack lo Squartatore a caccia di vittime. Magari Mick Jagger con i pantaloni in pelle, strafatto di LSD. E secondo i miei parametri odierni, non lo avrei definito un brutto incontro.

I racconti, naturalmente, avevano anche una cospicua sezione romantica...che avrebbe fatto impallidire gli attuali libri di Moccia: bellissime poliziotte a cavallo baciate nel mezzo di Trafalgar Square, per esempio (nel racconto, per ovviare al dislivello causato dalla circostanza che la poliziotta fosse a cavallo, mio padre la baciava mentre era arrampicato su un albero (!). A Trafalgar Square (!!). Credo che se l'avesse fatto sul serio, negli anni '70, gli inglesi gli avrebbero sparato senza troppi complimenti. Per tutelare l'albero, ovviamente, non la poliziotta. Su queste cose gli Inglesi non scherzano).

E poi, ancora, mature donne manager che - invaghitesi di lui - gli avevano proposto di trasferirsi a Londra, dove avrebbe vissuto come loro mantenuto (tutto questo il 10 giorni di vacanza con il Circolo Ricreativo dell'Enel...vi rendente conto quanto noiose siano mediamente le vostre vacanze, vero?). 

In ogni caso, con il trasloco cui vi accennavo, sono spuntate fuori le lettere che mio padre e la donna manager (anche la MILF) si sono scambiati per un po' al termine di quella famosa vacanza.

E qui - per me - il primo colpo di scena: la donna manager esisteva sul serio. C'era prova scritta. 

E poi - secondo colpo di scena - la prova scritta (id est le lettere che la MILF scriveva a mio padre) era in inglese.

Poco male, direte voi, se la MILF era inglese, come avrebbe dovuto scrivere?In aramaico?

Il punto è che mio padre non parla e non ha mai parlato una sola parola di inglese. Infatti, era da me - con le sue lettere - perché a distanza di 40 anni gli traducessi quel che gli scriveva il suo filarino di allora.

E qui è venuto il bello. 

Leggendo quelle righe ho scoperto che Lorena (la MILF) scriveva in risposta a delle lettere che a sua volta mio padre le scriveva.
E mio padre le scriveva in Italiano.

E lei rispondeva in inglese. Dicendogli che non aveva capito granché di quel che le era stato scritto la volta precedente (!), ma era comunque contenta di ricevere quelle lettere...e se magari lui le avesse mandato il suo numero di telefono, si sarebbero potuti sentire e vedere di nuovo...forse a Roma o a Venezia, se fossero state vicine a dove lui viveva (per la cronaca: viveva in Lucania che - mi rendo conto - negli anni '70 fosse più misteriosa dell'Amazzonia).

E nella lettera di risposta, mio padre le scriveva di nuovo senza aggiungere il suo numero di telefono, perché - a sua volta - non aveva capito assolutamente nulla di cosa gli avesse scritto Lorena.

Sono andati avanti così per circa un anno.

L'italiano scriveva in italiano e l'inglese rispondeva in inglese. 

Ciascuno di loro senza avere la minima idea di cosa avesse scritto l'altro. 

Dalle parti mie si direbbe che è un un'arte di pazzi.

Ma anche una perseveranza commovente, se paragonata a chyber-storie odierne che si consumano in pochi clic.

A questo punto, sono molto curiosa di scoprire le lettere della poliziotta a cavallo. 

O del Jack lo Squartatore di Soho.